Autore Topic: [Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala  (Letto 6520 volte)

Matteo Suppo

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[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« il: 2013-07-07 22:26:11 »
E così ho giocato per la seconda volta a Dilemma. Ancora non ho letto il manuale nella sua interezza, ancora non ho fatto il Patrono. Ancora non conosco il gioco così bene da poter dire con certezza: Ecco, si gioca come ho fatto io.

In questo thread vorrei esplorare quali sono state le motivazioni dietro alle mie scelte in quanto Ala Arancio, sia quelle che son state dettate dalla pancia, sia quelle che son state dettate dalla testa. Considerando che è una distinzione fasulla, dato che anche le emozioni risiedono nel cervello, ho deciso di chiamare questo thread così: Viaggio nella mente di un’ala.

Non siete obbligati a leggerlo o commentare! Lo scrivo perché mi piace parlare di me, ma se ritenete che stia esagerando e volete sgonfiarmi un po', un imbarazzato silenzio e nessun nuovo commento nell'arco di 24 ore funzioneranno alla perfezione.

Capitolo 1: Con chi giocare, e in che era.
Io e Laura volevamo giocare separati, e io era un bel po’ che volevo giocare con Marco Andreetto. Quando ho visto che al tavolo non c’erano donne ho sbuffato mentalmente. Ho questa convinzione che le giocate siano migliori quando partecipano delle donne, ma è una convinzione errata, dato che questa giocata è stata estremamente piacevole.

Marco faceva il patrono, mentre le altri ali erano Luca Bonisoli, con un’ala blu che ritornava, e Gabriele Zibordi era la prima volta che giocava a Dilemma, dopo (se non ricordo male) anni di dungeons and dragons.

Devo ammettere di avere un altro pregiudizio nei confronti di chi ha giocato a dungeons and dragons (e curiosamente non mi considero nella categoria): cioè che non sanno giocare e non ci riusciranno mai. Anche questo pregiudizio è stato profondamente distrutto nella giocata, perché Gabriele aveva delle ottime idee. E’ rimasto solo un po’ spiazzato da quanto profondamente diverso Dilemma è da tutta una serie di giochi.

Discutiamo un attimo su dove ambientare la giocata. Diamo la patata bollente in mano a Gabriele, che propone la Cornovaglia. (Dove diamine è la Cornovaglia? Dice il mio animo iNNiorante). Siamo un po’ titubanti. Nessuno sa nulla sulla Cornovaglia, se non che c’è il mare e che piove, essendo in Inghilterra. Wikipedia ci viene in soccorso! Riesco a recuperare qualche informazione, per esempio che ci sono delle isole! Oh che idea! Ambientiamolo sull’isola di St. Mary, nella città di Hugh Town. Tutti sono d’accordo. Ho spinto parecchio, usando la mossa: Convinci gli altri che la tua idea è fighissima.

Capitolo 2: Le chiavi
Ah, morivo dalla voglia di scoprire che ala sarei stato, ma prima c’è da fare le Chiavi. E’ un momento che mi spaventa un poco. Bisogna essere aperti, costruire sui contributi degli altri e dire cose interessanti (nel senso che interessano a TE!). Sono tutte cose in cui mi sento carente.

La prima chiave che viene definita è Shelley Winters. A me tocca la descrizione. Panico! Non sono abituato a pensare per immagini e con me il consiglio “Pensa a qualcuno che conosci” cade nel vuoto, dato che farei molta fatica a descrivere chiunque, a memoria. Per fortuna conosco i trope, per cui mi lancio su una descrizione del tipo “Lunghi capelli biondi, circa 17 anni, guarda l’oceano dalla scogliera” MI fanno anche domande tipo su che forma del viso ha (Dio mio ma che ne so? °°). Ne esce un ritratto molto romantico.

Dagli altri viene fuori che dipinge, che lavora al bar con i suoi genitori, che è un po’ una sognatrice. E poi tocca a me dire qual’è il suo difetto. Qua è più facile! I trope mi aiutano di nuovo: E il suo Fatal Flaw è... Prende poco seriamente i suoi doveri di figlia e aiutante al bar. Mi faccio uno spuntino di complimenti (Mi nutro di quelli) e aspetto cosa le è successo di romantico di recente. Ha incontrato un ragazzo! Ma non ha avuto il coraggio di avvicinarlo e lui è partito. Si chiamava Daniel. Ah! Sarà divertente.

La seconda chiave è Steve, Steve Rogers. Sì, ho deciso di chiamarla Steve Rogers. Non so perché, forse perché ci sta bene come nome, forse perché volevo far pensare a tutti a Capitan America, o forse perché li stavo sfidando ad andare contro agli archetipi memetici che si portava dietro il nome. Non lo so, son fatto così, a volte lancio palle curve.

Fatto sta che sto tizio è il Sindaco, sempre ben vestito e in perfetto ordine, ha una bella casa con moglie e due gemelli, ed è competente in quello che fa (l’ho deciso io perché mi piacciono le persone competenti e geniali, e voglio che le chiavi mi piacciano). Solo che il suo difetto è che non ha mai avuto una scelta, ha sempre avuto e sempre avrà la strada segnata (presidente del mondo), e sogna una vita differente, o quantomeno la possibilità di scegliere.

La cosa oscura che gli è successa è che lo stanno ricattando con delle foto di suo figlio che compra della droga. Non ero granché convinto di questa cosa. Mah. Però ho deciso di lasciar andare per vedere se questa cosa si sarebbe rivelata un errore in seguito (presente come quando Dottor House sospende le cure per vedere se il paziente peggiora e mostra NUOVI sintomi?),

Infine la terza chiave mi sorprende molto. Johnny viene descritto come un vecchio. Interessante! Io dico che è un vecchio marinaio, che ogni tanto aiuta al porto e che ha una casa sulla scogliera. Perché l’ho detto? Mi sembrava credibile, e poi volevo che facesse ancora cose. Quando io sarò vecchio vorrò continuare a fare cose! Naturalmente viene fuori un po’ burbero, con un cartello “Non oltrepassare” sul vialetto di casa. Non ricordo quale era la sua qualità, tuttavia. Buh chissà!

Quando tocca a me dire cosa gli è successo di Felice, non ho alcun dubbio! Ha ricevuto la visita suo nipote (poi verrà trasformato in pronipote, cioè nipote del fratello, per questioni di età). Il semplice fatto che sia stato definito quello come evento felice indica che per il personaggio lo è! E’ un burbero dal cuore d’oro, in pratica, sepolto in profondità sotto la barba.

In realtà c’è un ulteriore motivo per cui ho detto questa cosa: volevo vedere un po’ di gap generazionale. E’ sempre interessante.

Per stasera è tutto, le palpebre mi si fanno pesanti, le gambe mi dolgono e voglio leggere un po' Endymion che son ben due giorni che non lo faccio. Bye bye!
Volevo scrivere qualcosa di acido ma sono felice :(

Marco Andreetto

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #1 il: 2013-07-08 00:55:07 »
Trovo appassionante e affascinante questo tuo viaggio.
Non vedo l'ora di leggere il resto!! <3
Co-Creatore di Dilemma.  -  A gentile richiesta difficilmente dico di no.  -   You may say I'm a dreamer. But I'm not the only one. I hope someday you'll join us...

Matteo Suppo

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #2 il: 2013-07-08 09:44:56 »
Capitolo 3: Le larve ed il ritorno di Eco
Io e Gabriele dobbiamo fare delle ali nuove di zecca, quindi passiamo a fare la scena dell’ala. Io cedo a Gabriele l’onore di andare per primo, in modo che possa scegliere la chiave con cui farlo, ma forse è stato un errore. Avrei dovuto forse prima fargli vedere un esempio.

Nella scena della larva non hai ancora preso piena forma umana, e le chiavi ti registrano come essere umano, ma non ricorderanno niente di te. In più non ti devi mai descrivere. E’ come se non fossi mai inquadrato dalla telecamera.

Gabriele ha qualche difficoltà perché in effetti questi concetti non sono semplici da spiegare. Soprattutto non capisce come poter interagire senza mostrarsi. E non vuole neanche mostrarsi. La maggior parte della scena la passa nascosto, non visibile.

Comunque le sue idee son molto belle. Lui sceglie Shelley (se non l’avesse fatto lui l’avrei fatto io), e Marco descrive Shelley sulla scogliera triste che ha appena finito un quadro del paesaggio, ma ha lasciato un pezzo bianco. Il quadro dipinge il cielo come se fosse mare, e il mare come fosse il cielo. Io mi immagino cosa avrebbe dovuto esserci in quello spazio vuoto, e lo riempio mentalmente con la nave di Daniel che si allontana.

Gabriele dice che usa i suoi poteri per riempire quello spazio vuoto con il sole. Ecco perché dico che c’è del potenziale nel ragazzo. Marco descrive come Shelley sia sorpresa e che si giri a chiedere chi va là. Qua ci fermiamo un po’ perché Gabriele non sa davvero come procedere, come interagire senza avere una forma vera e propria. Credo sia qua che gli suggeriamo di fare qualcosa, parlare, interagire e gli diciamo quella cosa della telecamera che non ti inquadra mai.

Alla fine esce allo scoperto, con Shelley che gli butta addosso tutta la sua frustrazione, la sua voglia di partire, ma la paura di scoprire che oltre l’orizzonte non ci sia altro che il bianco della tela. Le cose che si dicono sti due qua, seppure intermezzate da Gabriele che ci pensa, non sa che dire, chiede consiglio, sono molto poetiche. Utilizzano la metafora della tela per parlare della vita, e voi sapete quanto a me piacciano le metafore.

Infine Marco dice che gli basta, chiude la scena e tocca a me. Io vado con Steve, il sindaco. Non ho ancora ben deciso che tipo di persona fare, ma so già che sarà una donna. E’ un po’ di tempo che gioco solo personaggi femminili, non vedo perché dovrei smettere. Marco descrive Steve (camicia senza cravatta) con la lettera del ricatto in mano, che sta per andare a parlare a suo figlio.

Mi domando per un millisecondo come fare a entrare nella casa e parlargli senza violare la sua privacy. Col senno di poi è facilissimo: quando una ala si immerge nel mondo, le onde vanno a riscrivere leggermente la realtà, nel passato e nel futuro. Se la chiave non aveva una domestica, ora ce l’ha. Se la chiave non aveva nessuno in casa, ora ce l’ha.

Tuttavia decido di suonare il campanello. Ho anche già una storia di copertura: sto facendo volantinaggio e raccolta firme per qualcosa di politico, tipo riguardo la scuola. Sto usando ben consapevolmente una tecnica di Ingegneria Sociale per l’infiltrazione: Il contatto avviene attraverso qualcosa per cui il soggetto prova empatia. E’ un politico, ha dei figli, non può non essere interessato alla salute della scuola.

Un’altra tecnica che uso è quella della leggera figuraccia. Quando viene ad aprire (visibilmente sollevato dal non dover fare questa conversazione con il figlio) inizio con una specie di nastro registrato “Stiamo raccogliendo firme per la ristrutturazione della scuola...” e poi mi blocco dicendo con fare un po’ imbarazzato “ma non avevo considerato che lei è il sindaco e quindi è sicuramente a conoscenza della problematica”. Gli propongo comunque di firmare lo stesso, e Marco parte con una frase in politichese del tipo che i giovani sono il nostro futuro e bla bla bla. Un’altra battuta che faccio è “Oh, non deve parlare in politichese con me, sono dalla sua parte”.

Sì, è stata una recita costruita appositamente per fare simpatia. Io lo so che la chiave sarà comunque ben disposta nei miei confronti, ma non voglio forzarle la mano, voglio che si fidi di me naturalmente. Marco descrive come lui abbia ancora in mano la lettera e sia un po’ impacciato nel prendere e firmare. Mi offro di tenergli la lettera, ben consapevole di mettere in difficoltà il personaggio. Dopo aver stabilito dei confini già abbastanza larghi li sto spingendo. Questo verrà fuori essere il modus operandi della mia ala: avvicinarsi alle persone quasi con la forza, con decisione. E’ decisamente estroversa.

Lui non mi cede la lettera (non mi aspettavo che lo facesse) e invece mi fa accomodare. Prima che io possa iniziare a “pescare” con domande apparentemente casuali lui inizia a parlare di suo figlio, e della severità. Mi chiede consiglio, e questo mi coglie un po’ impreparata, perché non avevo idea di cosa consigliare. Meglio, perché ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente: una parafrasi de “Il giusto sta nel mezzo”. Ogni tanto bisogna essere severi con i propri figli. Ci aggiungo anche che bisogna farlo per evitare che prendano strade di cui si potrebbero pentire. In modo che arrivino a poter fare una scelta consapevole.

Marco mi dice che gli basta come scena. Passiamo quindi a vedere Eco, l’ala blu, tornare sulla terra e vedere Johnny. Johnny è al porto a portare una cassa di pesce, quando la cassa gli cade spargendo il pesce ovunque. Lui intima che nessuno lo aiuti e si mette a raccogliere tutto. A me questa scena grida Martire, e lo dico a Marco. Lui lo aveva messo Egoista, ma decide di Martirizzarlo. Faccio ancora un po’ fatica a distinguere e ricordarmi chi è egoista da chi è martire. Dovrei fare il patrono per interiorizzare i concetti, suppongo.

Eco ovviamente non può fare niente nella scena, e io ancora non ho una visione di che tipo di persona sarà. Si descrive come una persona comune, un lavoratore, ma oltre a questo boh. Si vedrà.

Fatto sta che dopo ci chiamano a fare la foto. Io mi guardo le descrizioni delle ali, cercando di vedere cosa potrei diventare. Dico anche a gabriele quale ala potrebbe essere lui, ma non ricordo quale fosse. Gli eventi che sono successi dopo hanno cambiato tutto. Vado a fare la foto con la mia maglietta da ala Rossa, con la trepidazione di conoscere chi sarò. Mi sto anche facendo i viaggi su chi poter essere. Questo perché un mio principio cui non riesco a rinunciare quando gioco è “Fai progetti. Poi buttali via”.

A Gabriele offrono l’ala viola, ma la rifiuta, prendendosi infine l’ala gialla (gialla come il sole che ha disegnato sulla tela. Ci sta. A me Marco offre l’ala arancio. Io so già che prenderò la prima cosa che mi darà, la vedo un po’ come una sfida. Sono una persona competitiva nel gioco di ruolo, e ho anche un sacco di paura che questa cosa un giorno mi creerà problemi.

Ho anche un ego smisurato, per cui mi torna in mente una conversazione sentita in precedenza durante il pranzo che diceva “Nessuno ha ancora fatto una ala arancio chiamata Meg”. Che altro nome dovevo prendere? A mia discolpa posso dire che ho provato a immaginarmi tutti gli altri nomi e non suonavano così bene, ma è solo una scusa. Volevo essere la prima ala arancio Meg.

Scelgo che abbia uno sguardo Generoso e uno stile Colorato (che come si vedrà non significa che abbia buon gusto nel vestire). Questi li scelgo perché mi sembrano in tono con il tipo di persona che ho in mente, non per altri motivi esterni al gioco (giuro!). Non mi si chiede di scegliere un attrice, per fortuna, perché avrei avuto serie difficoltà.

Capitolo 4: Il primo giro di scene
Nel primo giro di scene io andrò da Johnny, Eco da Shelley e Caesar da Steve. La prima scena è di Eco, che visita Shelley riportandole il quadro che aveva lasciato alla scogliera, bussandole alla finestra come un vampiro stalker. Non poteva comunque fare altrimenti, perché Shelley era in camera sua a fare la valigia per partire. Mi sarei trovata in serie difficoltà a entrare in quella scena. Eco la convince a rimandare, a non partire subito.

Io decido di andare a visitare Johnny, perché Steve l’ho già visto e Shelley è già occupata. Quando Marco mi descrive Johnny piazzato sulla veranda a fumare una pipa e sorvegliare il vialetto so già cosa devo fare: la tecnica del carroarmato puccioso. Si tratta di invadere la privacy altrui, costringendo gli altri a riconoscere la tua presenza, ma facendolo con aria innocente e con gli occhi grandi e pucciosi.

Descrivo Meg che arriva con la bicicletta su per la salita, con la sciarpa arancione che svolazza nel vento. Proseguo dritto su per il sentiero oltre al cartello Non Oltrepassare, come un carroarmato puccioso. Il dialogo che segue va più o meno così

“Non ha letto il cartello proprietà privata?”
“No, ce n’è solo uno con su scritto ‘Non oltrepassare’
“Eh, non sa leggere?”
“Ma volevo vedere cosa c’era qui. Ooooh, si vede il paesaggio! Posso fare delle foto?”
“No! vada via”
“Ci metterò solo un attimo!”
“Ho detto vada via!”
“Sa, è un bel posto qua, pensa di aprirlo ai turisti? Sarebbe così bello che potessero venire a vedere il panorama”

Al tavolo scherzavamo che avrebbe preso il fucile e cominciato a sparare. Ma non lo ha fatto. Il nipote ha fatto una breve comparsa: un ragazzino di 15 anni metallaro che dice “Nonno, stai facendo di nuovo l’antipatico?” Al che rispondo a voce alta e giocosamente offesa “Sì, lo sta facendo!”

Non so ancora che mossa fare, non le conosco così bene. Quando mi prende per un braccio però so che devo fargli Smettere di fare questa cosa, che fa male agli altri, dove gli altri sono io. Non è una mossa per taggare, ma non importa. Mi lascia andare e me ne vado dicendo, di proposito “Arrivederci”. Non chiudo i ponti, non ho ancora finito con te, Johnny. E’ una minaccia!

Caesar va invece a trovare Steve. Si piazza dentro casa sua, fingendosi l’insegnante del figlio. Il motivo per cui Steve non lo caccia via subito è da ricercarsi nella magia delle ali, e del loro sguazzare nella realtà sembrando sempre al posto giusto. Parlano del figlio, Caesar dice che è preoccupato perché non socializza, e Steve mostra di essere molto severo (Se i voti vanno bene, allora tutto va bene). Non viene segnato, in questa scena.
Volevo scrivere qualcosa di acido ma sono felice :(

Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #3 il: 2013-07-08 10:35:56 »
Ma è bellissimo!

Sono incantata!!!
Voglio leggere anche il resto, promettimi che non mi abbandoni a metà, Zippolo!
Co-Creatrice di DILEMMA. Amante del GWEP. Non mettetemi in difficoltà con ambientazioni storiche. Il mio amore per Kagematsu/KaGaymatsu tocca le stelle.

Matteo Suppo

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #4 il: 2013-07-08 10:36:56 »
Non abbandonerò. Al massimo dovrò interrompere per un po' per cavalcare l'ondata di lavoro che sta per arrivare nella casella di posta.
Volevo scrivere qualcosa di acido ma sono felice :(

Matteo Suppo

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #5 il: 2013-07-08 11:12:30 »
Capitolo 5: Il secondo giro di scene
La prima scena tra le ali viene fatta al faro. Non so bene cosa dire, le chiavi sono ancora un po’ estranee. L’unica cosa che mi viene da dire è una brutta metafora. Ma brutta brutta. Il trucco per dire brutte metafore è semplice: Cominci con una metafora e poi la storpi. Steve è come se avesse un palo in culo, ma quel palo è fatto di marmellata. Storpiare metafore era addirittura una meccanica per il gioco Flame Wars. Non è stata una scena particolarmente bella o intensa, ma a me le scene tra ali piacciono in generale.

Nel secondo giro di scene io vado da Shelley. Voglio evitare di dovermi introdurre in casa sua come han fatto le altre ali nelle scene precedenti e quindi propongo di ambientare la scena al pub mentre lei sta lavorando. Marco la descrive con i capelli raccolti in qualche modo che non ricordo bene. Il pub viene descritto da un po’ tutti con cura e con dettagli anche umoristici, come il vecchio nell’angolo presente da sempre, o la foto incorniciata alla parete del vecchio sindaco che stringe la mano a una persona che nessuno sa chi sia.

Il mio piano è di entrare con prepotenza nella vita di Shelley e poi improvvisare. La tecnica è molto simile a quella che ho adottato con Steve. Comincio con un “Vorrei un daniel jackson... cioè un jack daniels... che gusto ha?” Sì, ho scelto un cocktail che avesse Daniel nel nome apposta. E sempre apposta dopo le ho detto che lo avevo scelto perché mi piceva il nome.

Mi dipingo come eccentrica e strana per stimolare la sua curiosità. L’errore nel nome del drink è studiato a tavolino per sembrare simpatica e non passare per una minaccia.

Alla fine ordino un succo d’arancia e in qualche modo viene fuori il fatto che non sono di questa zona. Lei è affascinata (naturalmente. L’ho detto per questo), ma non può fermarsi a parlare. Col senno di poi avrei dovuto usare la mossa scura per darle più tempo di poterlo fare, ma in quel momento non ci ho pensato e me ne sono resa conto dopo.

Cominciamo con uno scambio di domande ad ogni drink (Meg beve il succo d’arancia come fosse uno shot, alla goccia). Dopo poco mi incarto perché qualcosa non mi torna. Io vorrei portarla via da qua a divertirsi, ma non so bene come fare. Di nuovo avrei potuto usare la mossa ma non la avevo proprio vista. Non so bene perché le ho detto di non avere più spiccioli e di avere solo una banconota da 50 dollari. Alla fine le propongo di aspettare la fine della serata e parlare dopo.

Finalmente riusciamo a parlare un poco. Mi chiede se sono mai stata innamorata, e io rispondo di no. E’ la verità. Per Meg è la prima volta sulla terra. Lei mi parla di Daniel. Io le dico che come lui è uscito da quella porta (indicando in fiction l’uscio del locale), chiunque potrebbe entrare proprio in quel momento. Non ricordo chi ha suggerito che entrasse l’ennesimo vecchio, per amor di commedia. Shelley dice “ma dai, quel tipo avrà duemila anni!” “Ehy, che c’è di male nell’avere duemila anni?”.

Trovo importantissimo l’humor in questo gioco. Senza scadere nel ridicolo, un po’ di commedia aiuta ad avvicinare le persone, ad avere degli aneddoti divertenti da raccontare e e ricordare.

Ne esce un’altra metafora di quelle di Meg. “Vedi, la vita è come questo succo d’arancia. Se lo lasci tutta la serata lì, diventa rancido. Se invece lo bevi tutto d’un fiato finisce... ok non è venuta esattamente come volevo”.

Alla fine la convinco a passare la nottata con me, a farmi visitare quest’isola e i suoi posti segreti, a fare il bagno in mare. E’ la mossa scura dell’ala arancio, e i dadi mi sono amici. Lei è sollevata e felice. Io son soddisfatta e convinta di aver fatto un buon lavoro.

Caesar va a visitare Johnny, fingendosi suo falegname. Johnny gli dice che il nipote sta facendo le valigie, e mostra di essere triste. Caesar scruta nelle profondità del nipote, trovando che sì, è stato bene, ma vuole tornare a casa dagli amici e la famiglia.

Non l’ho ancora detto ma Caesar aveva un sacco di fortuna nello scrutare le persone, ma ben poca quando si trattava invece di fare le altre mosse. Meg invece non ha mai scrutato dentro nessuno. Peccato, perché avevo già una idea bellissima sul come descriverlo. Non condividerò questa idea perché mi piace teasare (lavagna!) gli altri. Se volete saperla, fatemi da patroni con dei personaggi misteriosi :P

Comunque Caesar cerca di donare a Johnny una chitarra da regalare al nipote, ma fallisce miseramente. Johnny accetterà, ma in scene successive quando il nipote non sarà più presente la chitarra sarà ancora lì (dettaglio bastardissimo).

Eco invece va a visitare Steve, poiché ha deciso di essere il guardiano del faro, e di stare dipingendolo blu. Lo convince a prendersi un po’ di tempo per prendere un caffè e infine a trascurare un po’ i suoi impegni politici per essere più presente con suo figlio.

Eco mi sembra molto competente come ala. Sa cosa vuole e come ottenerlo. E quello che vuole è il bene delle altre persone.

A questo giro non c’è nessuna scena delle ali. Non ne sentivamo il bisogno.

Capitolo 6: Il terzo giro di scene
A questo giro Eco va a visitare Johnny, fingendo di aver bisogno del suo aiuto per un qualche lavoro manuale che non ricordo. Ammetto candidamente che ho seguito poco questa parte, anche perché durante tutta la giocata ci sono state pause molto pronunciate e poi avevo da fare gli occhi dolci alla mia dolce metà all’altro tavolo.

Fatto sta che passa del tempo con lui. Assistiamo al burbero Johnny che un po’ si scioglie, offrendogli la cena (o meglio, piazzando due tavoli sul tavolo e dicendo “Non mangi?”).

Io decido che dopo aver fatto divertire Shelley devo far uscire dal guscio anche Johnny. Mi presento di nuovo a casa sua, ma questa volta rispettando le regole (o facendo finta di farlo). Mi fermo al limitare della sua proprietà e lo chiamo. Gli offro un cartello con su scritto “Proprietà Privata” con vernice arancione (una cosa simile: http://us.123rf.com/400wm/400/400/hlehnerer/hlehnerer1103/hlehnerer110300027/9168751-black-orange-white-private-property-hanging-sign.jpg) fatto ovviamente da me.

E’ una tecnica anche questa. Offrire un dono che parli alla memoria. Un dono del genere è un piede di porco da utilizzare per aprire i gusci come fossero cozze (a Meg piacciono le metafore). Lui è triste perché il nipote se n’è andato. Dice che toglierà i cartelli, lascerà che la gente venga a vedere il panorama. Lui si chiuderà in casa così non vedrà nessuno.

Allora io utilizzo la tecnica della fionda, anche detta tecnica Bolzoni. Prima con la mossa chiara gli dico che deve smetterla di fare il burbero che tanto non ci crede nessuno. Poi con la mossa scura che tagga lo convinco a venire al pub alla sera a offrire da bere agli avventori e raccontare storie di mare. (Meg è un po’ confusa sulla storia e quindi parla di pirati! (Ah, e mentre scrivo questa cosa nella playlist parte una canzone degli Alestorm)).

Sono raggiante. Gasatissima. Utilizzare le combo per piegare la fiction al mio potere mi fa questo effetto. Dev’essere stato a questo punto che ho scritto su gplus il messaggio “Sto vincendo a Dilemma”. La mia personale definizione di Vincere a Dilemma è praticamente “Utilizzare le mosse, interpretare l’ala, fare la cosa giusta, interessarsi alle chiavi e aiutarle, in maniera elegante, rispettando il sistema e onorando i dadi”

Non c’entra ovviamente nulla con la competizione, con il dimostrare di essere migliori. E’ l’euforia che ti prende quando stai cavalcando l’onda meglio di quanto ti è mai riuscito, è il gesto di vittoria che ti viene automatico quando atterri in piedi dopo un salto mortale, è l’ottimismo che ti prende quando tutto sta andando nel verso giusto, e tu sai che te lo sei costruita da sola.

Tuttavia io probabilmente esagero ^^

Caesar visita Steve, nel parco mentre Steve sta giocando a pallone con suo figlio. Scrutandogli dentro si accorge che ancora non è soddisfatto, che si sente ancora costretto dai binari su cui scorre la sua vita, preso tra l’incudine dei suoi doveri politici e il martello del ricatto.
Caesar gli offre la libertà. Lo fa andare dalla polizia a denunciare il ricatto, dimettendosi dalla carica di sindaco. La mossa è un po’ stiracchiata, e ci è voluta collaborazione da parte anche degli altri. Gabriele inizia a lamentare che i suoi poteri possono solo dare cose materiali, ma io son troppo presa dalla mia esultanza per badarci.

Chiamo una scena tra le ali, al pub nella sera del debutto in società di Johnny. Non ho altri scopi se non dire “Tutto sta andando benone, stiamo facendo un gran lavoro!” Marco mi chiede come faccio ad essere così ottimista, e gli rispondo che è la prima volta che scendo sulla terra. Tutto qua. Non sono ancora rimasta scottata. Foreshadowing! E’ un’altra tecnica delle mie. Con Leone son rimasto scottato, giocando a Dilemma. So perfettamente che Meg scoprirà che le cose non sono tutte rose e fiori.
Volevo scrivere qualcosa di acido ma sono felice :(

Matteo Suppo

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #6 il: 2013-07-08 12:11:47 »
Capitolo Sette: Il quarto giro
Shelley ha fatto la valigia, ha litigato con suo padre e sta aspettando la nave, la mattina presto, con la foschia. Lascio che sia Eco a raggiungerla, tenendomi pronta ad intervenire in caso qualcosa non andasse come voglio io. Ma l’esecuzione di Eco è magistrale, al punto che uso pure una mia impronta per aiutarlo. Le offre l’opportunità di andare a Londra in primavera, partecipando ad un concorso, invece che partire ora, senza meta.

Non potrei essere più d’accordo, se non che Shelley chiude la scena dicendogli “Grazie, solo tu pensi a me”. Sono sicura che Marco lo abbia fatto apposta. Gliel’ho letto negli occhi.

Wait, what? Solo lui? Meg prende i suoi piani di andare a visitare Steve, li butta giù dalla scogliera e si presenta anche lei da Shelley. Shelley sta bene, non ha bisogno di Meg. E’ il contrario. E’ la prima volta che è il contrario, per Meg. Un bel traguardo.

Una volta lì non so bene cosa fare. Non voglio spingerla da nessuna parte. Voglio che mi dica che anche io sono importante, forse, ma non corrisponde a nessuna delle mie mosse.

E’ poco prima di natale. Shelley è sola che sta appendendo le decorazioni. Meg appare lì, senza alcuna spiegazione (e nessuna spiegazione viene richiesta). Fa finta di non conoscere il natale, dicendo che “dalle sue parti non si festeggia”. Me la vado a cercare, perché Shelley mi incalza chiedendomi da dove vengo. Inizio a descrivere un generico luogo plausibile ma bello, e Shelley si mette a dipingerlo. Dopo poco non resisto e descrivo un paesaggio onirico, con un mare di nubi, una città sospesa con un prisma. Da quel prisma entra la luce del sole ed esce un arcobaleno.

Shelley non ci crede che vengo da lì. Le dico che la verità è che vengo da un posto noioso. Shelley mi porta a vedere i suoi quadri che sta preparando per il concorso/mostra. Tre in particolare. Due mostrano me ed Eco, e sono bellissimi. Il terzo è vuoto, e parliamo un attimo di questa figura che lei ha visto solo come se fosse stato un sogno. Si tratta ovviamente di Caesar, che però non ha più visitato Shelley dal momento della larva.

Io tra le altre cose le faccio anche un discorso su suo padre, dicendole di immaginare di essere lui e di cercare di capirlo. Non si vuole lasciar andare gli altri, ma a volte si deve farlo, per amore di loro. Non me ne rendo conto, ma sto facendo un altro presagio. La scena dell’addio si avvicina.

Finiamo abbracciate nel letto, a dormire assieme. Non c’è erotismo o passione in Meg (ancora non le conosce), e la stessa cosa in Shelley. Considero se baciarla, ma non suona giusto. Così le metto solo in testa il capello arancione che avevo e le dò un bacio sulla guancia. Dormiamo.

Shelley è speciale, a questo giro. Anche Caesar le fa visita, per la prima volta da quando l’aveva vista sulla scogliera. Quando lei capisce chi è, gli chiede perché non si è mai fatto vivo. Lui risponde che pensava di non poterle essere d’aiuto. Lei gli risponde giustamente che è una testa di fava, che bastava passare a salutare. Gabriele ci dice che non sa come usare i suoi poteri. Gli suggeriamo che spingerla a condividere la sua arte col padre potrebbe essere un buon piano. E’ una bella idea, ma i dadi non la pensano così. Fallisce. Lei lo farà, ma senza convinzione che funzionerà.

Alla scena tra le ali, di nuovo al faro, abbraccio al volo Caesar. Il rumore è tipo Glomp. Gli dico che lui pensa di essere inutile ma non è così. Che le cose terrene e materiali possono fare la differenza, essere importanti, ed essere cariche di significato.

Meg fa la sua prima metafora azzeccata, con una arancia, dicendo che una arancia è poca cosa, ma può fare la differenza tra la vita e la morte, che non basta il suo profumo e soprattutto perché se io regalo una arancia sto regalando parte di me, del mio colore (le parole non erano esattamente queste, ma era questo che intendevo).

Questa scena è stata davvero colorata di amore fraterno. E ci credevo davvero in quello che dicevo. Arrivati a questo punto agivo di impulso, avendo ormai creato il personaggio abbastanza da lasciare che prendesse il sopravvento. Non ho deciso di fare la prima metafora azzeccata di Meg, è venuta fuori da sola. Ho deciso di abbracciare e consolare Caesar, perché era giusto così, e andava fatto. Non avevo pianificato nulla.
Volevo scrivere qualcosa di acido ma sono felice :(

Matteo Suppo

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #7 il: 2013-07-08 14:17:42 »
Capitolo otto: Il quinto e ultimo giro
E’ quasi tempo di partire per Shelley. Sta facendo la valigia. E’ quasi tempo per partire anche per noi. Eco la va a trovare, di nuovo, in camera sua. E qua ci scappa il fraintendimento. Shelley era convinta che lui sarebbe andato con lei. Eco la guarda e le dice “Non me lo hai mai neanche chiesto...” ma le dice che ne parleranno un’altra volta (si sta preparando all’addio. Lui cerca di assicurarsi che lei persegua il suo sogno in ogni caso, e lei gli domanda se è interessato solo ai suoi quadri. Lui le risponde che no, è interessato anche a lei, perché è lei che ha il talento. Lei prova anche a baciarlo, ma lui si ritrae.

Io non sono gelosa, ho anche usato le mie impronte per aiutare Eco il più possibile (e lui ha fatto viceversa).

Per la mia ultima scena prima dell’addio visito il vecchio Johnny, perché il patrono lo ha descritto che sta attaccando centinaia di palloncini alla casa e noi siam preoccupati che stia impazzendo.

Il vecchio mi invita in casa sua e mi offre il the (quello con l’etichetta arancione). Marco mi descrive un cartello girato ma mi dimentico di chiedere poi cosa c’è scritto. Johnny mi dice che sta appendendo palloncini perché gli piace stare con la gente. Io gli dico “Ah! Ho capito! Così tutti verranno a cheiderti ‘ma perché hai messo dei palloncini? E’ geniale!”

Risate. Lo humor è importante.

Tra una cosa e l’altra dice anche che vorrebbe che il nipote tornasse a visitarlo, ma...

A questo punto ho una idea: chiamerò i genitori del nipote e lo convincerò a tornare! Quindi dico che prendo il cellulare e dico che tornerò subito. Marco mi ferma, mi dice che forse non ho capito. Non è che non vuole tornare, è che ha da andare a scuola, e ha gli amici e tutto. Mi chiede se voglio fare qualcos’altro.

Ci penso un attimo e poi ho una idea. “No, chiamerò comunque e li convincerò ad ospitare il vecchio Johnny per una vacanza”. E’ l’uovo di colombo. Marco fa la scenetta del povero Johnny che ora deve pure andarsene via da casa sua, l’ultimo brandello di dignità che era rimasta, ma in realtà è una ottima idea. E’ la mia mossa scura per dargli più tempo per fare quello che gli piace. E anche qua mi sento fighissima e bravissima. Felicità solo per un attimo oscurata da Johnny che dice “Voi resterete qua e aggiusterete i palloncini, vero?”

No, Johnny, non resterò su quest’isola. Non so ancora se ascenderò o viaggerò il mondo con Shelley, ma non starò qua.

Caesar torna a visitare Steve. Non sa da chi andare, ma gli si dice, poiché è la sua ultima chance di Marchiare una chiave, che è meglio che scelga la chiave a cui è più affezionato.

Lo trova che ha abbandonato il suo lavoro da sindaco ma ancora lo nasconde. Piove e Caesar ha un grosso ombrello giallo. Stanno entrambi sotto all’ombrello. Caesar lo spinge infine a prendere in mani la sua vita, a costruirsi da solo un futuro migliore, plasmato come vuole lui. E finalmente riesce a marchiarlo.

Siamo arrivati agli addii... e nel frattempo nel racconto si cena, e io invece di scrivere devo lavorare. Ci si risentirà per l’epilogo.
Volevo scrivere qualcosa di acido ma sono felice :(

Marco Andreetto

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #8 il: 2013-07-08 15:18:07 »
È semplicemente meraviglioso...

Grazie Matteo. Grazie di cuore.
Co-Creatore di Dilemma.  -  A gentile richiesta difficilmente dico di no.  -   You may say I'm a dreamer. But I'm not the only one. I hope someday you'll join us...

Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #9 il: 2013-07-08 16:44:19 »
Questo AP è molto bello, sia perché descrive una bella giocata sia perché, giustamente, parla di sistema e fiction insieme.
Sto leggendo con interesse e spero lo concluderai.
I nitpicker danneggiano anche te. Digli di smettere.

Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #10 il: 2013-07-08 21:07:06 »
Questo AP è uno dei migliori di Dilemma che abbia mai letto.
Contiene lo sprito del gioco al 150% e contemporaneamente si capisce quanto i giocatori hanno fatto lavoro di squadra per aiutarsi a vicenda e aiutare Gabriele, che non aveva mai toccato un gioco emotivo prima di sabato scorso.

E' davvro splendido, e talmente vivo che mi sembra d'essere stata presente,a nche perchè conosco di persona Eco, che è um'Ala che ha giocato con me a Torino2012 (quanto Dilemma era ancora una beta e in piena fase di playtest).

Aggiungo anche che è un sacco strano l'emozione che si prova rileggendo le storie delle Ali con cui hai già giocato.
E' come leggere una lettera di un amico di penna che non sentivi da tanto tempo.
SArà che nella community siamo tutti "di cuore caldo" con i giochi di questo tipo, ma è davvero un'emozione belissima (mi sono emozionata anche a leggere il nome di Leone, se è per quello).
Co-Creatrice di DILEMMA. Amante del GWEP. Non mettetemi in difficoltà con ambientazioni storiche. Il mio amore per Kagematsu/KaGaymatsu tocca le stelle.

Matteo Suppo

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #11 il: 2013-07-08 21:58:47 »
Capitolo 9: Addio
La cena passa abbastanza tranquilla. Io ormai ho deciso di ascendere, ma conosco bene il mio coniglio interiore e so che non è affatto detto che succeda. Per le scene degli addii non ci servono dadi, per cui le facciamo in una stanza in piedi, stile jeepform.

Il primo addio lo fa Caesar, con Steve che gli mostra la sua nuova casa, dicendogli che c’è una stanza in più, e che se vuole può averci un angolino anche lui. Gabriele ci tiene a spiegarci che non sta cadendo per Steve, ma che sta cadendo perché ha trovato un suo posto e ha ritrovato la fiducia in sè stesso. Ottimo! Ci son tanti motivi per cui cadere.

Io dico che il mio addio lo farò con Shelley. Luca dapprima dice che lo farà con Johnny, perché altrimenti non avrebbe nessuno, ma lo convinciamo invece a scegliere la chiave a cui tiene di più. Anche lui sceglie Shelley.

Ci guardiamo per capire chi dovrà andare per primo. Sappiamo già entrambi che vogliamo ascendere. Lo faccio andare per primo. Mi avvisa “Occhio che te la lascerò a pezzi”. Ho mille piani e progetti per indorare la pillola, ho battute, pucciosità, tutti gli strumenti possibili, e una strategia.

Fai progetti. Poi buttali via.

Eco dice a Shelley che andrà con lei, sul molo mentre arriva la nave. Lei si arrabbia, minaccia di abbandonare tutto, di buttare via il suo dipinto. Lui le si rivela, il tempo congelato, il mondo avvolto da una tinta blu, lui che fluttua con due ali gigantesche per aria. Lei è sorpresa, ma non rinuncia. Lo minaccia che butterà via la tela che lo raffigura, perché non potrebbe sopportare di guardarla sapendo che lui ha deciso di abbandonarla.

Abbandona la tela sul molo.

Quando è il mio turno chiedo se posso recuperare in qualche modo la tela, e aspetto Shelley sulla nave, sopra una grande valigia arancione. Le chiedo come sta. Lei mi chiede se sto partendo. Io annuisco. Lei capisce che me ne sto andando anche io. Io le dico “Non vorrei fare anche io la scenata colorata di mio fratello.”

Lei capisce. Mi chiede perché. Io le dico tante cose, tante cose inutili. Accampo scuse. Dico che ci sono altre persone che hanno bisogno di aiuto. Lei dice di essere più importante di quelle persone.

Mi metto a ridere, dicendo che gli umani sono davvero incredibili. Così piccoli, così insicuri, eppure convinti che l’universo esista solo per loro. Non la sto prendendo in giro, però. Le dico che anche io voglio viaggiare il mondo, e vedere l’universo. Le chiedo come potrebbe chiedermi di rinunciare all’universo per lei.

Lei risponde che lei rinuncerebbe all’universo per me. Ma io non ci credo. Non le rispondo, e la scena finisce qua.

Avrei avuto da dirle tante cose. Avrei voluto passare la nottata a parlare con lei. Ma non si può.

Nell’ultima scena tra le ali io ed Eco salutiamo Caesar, augurandogli ogni bene per la sua vita. Poi lui cade. Luca propone la scena di Caesar che scende le scale del faro, perdendo piume ad ogni gradino. Una bellissima immagine.

Il gioco non è ancora finito, però. Caesar ci racconta il suo epilogo, di lui che guarda fuori dalla finestra Steve e famiglia intenti a sedersi a tavola, e poi lui che entra ad unirsi a loro.

Io rimango in attesa di sapere quale sarà il destino di Shelley e Johnny. Mentre pensa Marco gira in tondo per la stanza, e noi al centro lo seguiamo come dei girasoli. Ci dice che Johnny ritorna a casa dopo la vacanza, la casa vuota, i palloncini scoppiati, coi fili che penzolano. Qualcuno si avvicina e chiede “E’ questa la casa dei palloncini?”. Johnny sorride e risponde: “Lo era, ma se mi dai una mano la faremo tornare tale”.

Sono sollevata. A Johnny non abbiamo detto addio, ma la sua storia ora è conclusa, con un lieto fine.

Shelley invece è sulla nave che sta attraccando al porto di Londra. Non so bene cosa abbia raccontato Marco, ma io vedevo una leggera foschia mattutina, e gli occhi un po’ gonfi di Shelley. Lei vede sul molo un volto che non vedeva da tempo, quello di Daniel. Lui sorride, lei sorride.

Non me lo aspettavo. E’ stata una uscita magistrale. Non ero proprio in grado di immaginare un finale più positivo di questo. Grazie.

Capitolo 10: Postumi

Una bella giocata non finisce quando si ripongono i dadi. Gli strascichi si portano avanti per ore, a volte per giorni. Durante la serata abbiamo parlato e scherzato e abbracciato. Durante la notte ho sognato.

Non ricordo cosa succedesse, a parte una tempesta di sabbia e un computer e una tenda, nè chi ci fosse, a parte Mario Bolzoni (che comunque ci sta sempre bene in un sogno). Ricordo però chi ero, ed ero Meg. Che siano spoiler?

Durante il giorno dopo ogni tanto mi ritrovavo a rivivere le scene della giocata, che grazie al magico potere del nostro cervello sono sempre più ricchi di dettagli mai espressi. Mi piacerebbe poter disegnare certe scene, ma son più capace con le parole che non con le forme.

Mi piacerebbe scendere di nuovo sulla terra come Meg. Sto immaginando cosa dire, di cosa parlare. Farle scoprire le pesche, così come in questa giocata ha scoperto le arance. Farle arrembare una nave pirata, farle scoprire il fuoco con gli uomini primitivi. Vedere l’universo. Andare da qualcuno e chiedergli “Ti sei mai innamorato?”.

Mi è piaciuto scrivere questo fiume immenso di parole. L’ho scritto di getto senza rileggerlo, per cui ve lo sarete gustati con tutti gli inevitabili orrori di ortografia, grammatica e battitura. Quando ho riaperto il file dopo cena ho constatato con orrore quante volte dovevo girare la rotellina per riuscire a scrollarlo tutto. Ma vabbeh. L’ho scritto più per me che per voi. Mi rifarò scrivendo qualcosa per voi, prima o poi.

E se siete arrivati fin qua grazie. E’ bello condividere esperienze con qualcuno. Spero di giocare con voi, prima o poi. Bye Bye!
Volevo scrivere qualcosa di acido ma sono felice :(

Matteo Suppo

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #12 il: 2013-07-08 21:59:51 »
15 pagine, 40000+ caratteri.
Volevo scrivere qualcosa di acido ma sono felice :(

Mr. Mario

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Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #13 il: 2013-07-08 22:25:24 »
Non ricordo cosa succedesse, a parte una tempesta di sabbia e un computer e una tenda, nè chi ci fosse, a parte Mario Bolzoni (che comunque ci sta sempre bene in un sogno). Ricordo però chi ero, ed ero Meg. Che siano spoiler?

Sono onorato. E per quano non ne abbia mai montata una sotto una tempesta di sabbia, con le tende non me la cavo male. :)

Grazie, Matteo.
Sognatore incorreggibile. Segretario dell'Agenzia degli Incantesimi. Seguace di Taku. L'uomo che sussurrava ai mirtilli.

Re:[Dilemma] Viaggio nella mente di un'Ala
« Risposta #14 il: 2013-07-09 09:41:44 »
Mi piacerebbe scendere di nuovo sulla terra come Meg. Sto immaginando cosa dire, di cosa parlare. Farle scoprire le pesche, così come in questa giocata ha scoperto le arance. Farle arrembare una nave pirata, farle scoprire il fuoco con gli uomini primitivi. Vedere l’universo. Andare da qualcuno e chiedergli “Ti sei mai innamorato?”.

Che sentimenti e che pensieri arancioni.
<3

E' stata una bellissima avventura, Matteo.
Grazie per aver scritto questo bellissimo AP!
Co-Creatrice di DILEMMA. Amante del GWEP. Non mettetemi in difficoltà con ambientazioni storiche. Il mio amore per Kagematsu/KaGaymatsu tocca le stelle.

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